Black Tusk + Howl


Quando: mercoledì 16 febbraio 2011
Dove: Parma
Genere: Metal
Location: Le Male Club
I Black Tusk sono un trio proveniente da Savannah, Georgia, che incide per Relapse e si fa disegnare le copertine dei propri album da John Baizley dei Baroness (d’altronde sono concittadini). Definiscono la loro musica ‘swamp metal’, ossia metal delle paludi. Che è un modo un po’ più ricercato e originale per descrivere un concentrato di suoni che, partendo dallo sludge, tocca quasi tutti i centri nevralgici del cosiddetto ‘post metal’ sviluppatosi negli ultimi anni.



Howl, è questo l'ultimo interessante nome arrivato da oltreoceano in ambito stoner/sludge. Howl è anche il nome del primo EP della band, concentrato della proposta musicale che la band intenderà portare avanti col prossimo full-lenght, forte anche di un prestigioso contratto con la Relapse Records.
La natura stessa del lavoro, inteso come piccolo anticipo di quello che verrà, ci costringe a trarre i nostri giudizi basandoci su soli tre brani; eppure la mia opinione dopo l'ascolto di questo EP è che questa band possa dire molto.
Intendiamoci, non sono un grande esperto di stoner, eppure quando i pezzi di un gruppo ti colpiscono, ti rimangono impressi in mente senza risultare banali, quando la potenza espressiva di quattro musicisti ti colpisce come un macigno, capisci che qualcosa di buono c'è.
L'effetto maggiore creato dal sound dei nostri è infatti quello di una grossa macchina da guerra capace di triturare qualsiasi cosa si trovi sul suo cammino, grazie ad una sezione ritmica molto equilibrata, ma potentissima ed esaltata dall'ottima produzione; davvero di gran pregio il lavoro di Timmy alla batteria, i cui passaggi sono sempre molto variegati e imponenti, ma anche il resto della band non è da meno, sia nella fase di songwriting che nell'interpretazione dei pezzi. Personalmente trovo molto convincente come il singer Vincent -supportato dalle backing vocals di Timym- si rapporta all'esecuzione dei pezzi: il suo è un growl non solo di ottima fattura, ma che centra completamente il mood creato dagli strumenti, andando ad incastrarsi perfettamente nel sound generale, contribuendo a quell'atmosfera mista di oppressione, dolore e rabbia che costituisce la chiave di lettura del lavoro.
Talvolta la band si concede anche di accelerare in maniera sensibile, e i risultati non sono comunque negativi: per quanto vada un po' persa la carica emotiva che permea le altre sezioni -con probabile conseguente disappunto del lato più doom dell'uditorio-, e le linee vocali appaiano leggermente in difficoltà, la potenza della band rimane immutata e anzi, il drumming si esalta offrendo una prestazione ancora più sbalorditiva.
Inutile andare a parlare dei singoli brani; mi vorrei limitare a sottolineare alcune cose qua e là, come lo splendido attacco di Kings That Steal e le vaghe sfumature epiche nel riffing di And The Gnawing. Insomma, le parole spendibili per questo EP sono per forza di cose poche, ma tutte positive per un lavoro che sembra davvero promettere bene per il futuro.
  
  
  
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