Six Organs of Admittance


Quando: mercoledì 27 aprile 2011
Dove: Reggio Emilia
Genere: Indie, Metal, Rock, Sperimentale
Location: Casa Bettola
Ottavo disco della saga Six Organs Of Admittance (nome in codice di Ben Chasny), “The Sun Awakens” dimostra il grado di maturità cui è giunto il musicista californiano, sempre in bilico tra folk trasfigurato, fingerpicking ed elettricità inquieta. Giocato in larghissima parte su tonalità minori e influenzato dai mala tempora che corrono, in lungo ed in largo, “The Sun Awakens” è un’opera dalla doppia personalità, anche se non necessariamente spaccata in due. Da una parte infatti troviamo composizioni, diciamo così, “ortodosse”, in cui lo stile di Chasny finisce sovente per invischiarsi in un circolo vizioso di oscurità e stratificazioni luminose.

Ecco, allora, “Torn By Wolves”: una melodia che gira su se stessa, incapace di andare via. Una sorta di no man’s land riservata per un bozzolo di vita ancora puro, prima di assaporare il sapore forte di lunghe distese che mirano verso l’avvento del Sole (“Bless Your Blood”). E’ una musica che, nella sua disarmante sincerità, sembra andare a zonzo, disperata ma fiera. Non c’è niente, comunque, che gli appassionati di Chasny non abbiano già avuto modo di percepire nei dischi precedenti, ed in particolare in “Dark Noontide”, cui questo nuovo lavoro sembra risalire direttamente. Ma trattasi, ad ogni modo, di una conferma che non ammette repliche, che mostra il divenire artistico di un musicista da ammirare e rispettare.

Sulle tracce del precedente “School Of The Flower”, sembra, invece, incamminarsi la successiva “Black Wall”, rapita come in un palpito di frenesia controllata e condotta verso una straripante rigenerazione elettrica. Quello di “The Desert Is A Circle” è un suono di frontiera stilizzato, tra gli Earth di “Hex; Or Printing In The Infernal Method” e un Morricone d’antan. In “Attar”, invece, è una fragranza raga a sostenere un tema concitato e meno rassicurante, caricato di enfasi rumorista e acida, fino a lambire orizzonti spacey . Resta, poi, solo l’ennesimo, tacito omaggio al solitario Fahey (“Wolves’ Pup”), prima che il baricentro si sposti sul secondo versante del disco, quello che contiene i ventiquattro minuti scarsi di “River Of Transfiguration”, da annoverare, senza dubbio, tra le cose migliori del Nostro.

Trasfigurazione sonora, prima che spirituale, nel suo incedere minaccioso e sciamanico “River Of Transfiguration” mette in campo una forza d’urto psicologica spaventosa. Da un incipit cosmico (quasi dei Cluster in versione dark-ambient) attraverso un ritmo storpio di batteria che sostiene un mantra amorfo, tra il Don Cherry di “Brown Rice” e il LaMonte Young della “musica eterna”, il serpente striscia con solenne austerità, invitando ad una lenta discesa negli inferi, per un paradiso senza sconti. Simulacro di passioni e paure ataviche, quasi un lavacro per anime corrotte.
  
  
  
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